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Riflessioni su Fiere e negozi

Chiedo scusa all’Editore e ai lettori perché una delle regole imposte da Internet è l’essere più che succinti. Ma visto il succedersi di tante novità – chi mi conosce sa che non ho filtri tra cervello e bocca – non posso evitare di prendere parte a una discussione alla “Don Chischiotte”.

I beg your pardon, I know that on line articles must be short, but I can’t avoid to enter in a discussion like Don Chisciotte about Exhibitions and retailers contracts.

Due anni fa posi, unico tra i presenti alla conferenza stampa di Baselworld, la domanda:”perché non prendere in considerazione la possibilità di organizzarla ogni biennio?”. Mi ricordo ancora la risposta negativa, quasi scandalizzata, di Mr. Thiebaud, gran Presidente e parte integrante della recente storia di Tissot, nonché gran traghettatore dalla vecchia alla nuova immagine, fortemente basata sul quarzo e sull’indicazione digitale non solo dell’ora.

Bene, passati due anni, Baselworld sta per affrontare nuove intemperie per quanto riguarda la “non presenza” di marchi famosi e non, che soprattutto comporteranno quanto meno un ridimensionamento dei padiglioni, oltre che del Management, cosa già avvenuta!

Fiere a parte, circola anche la notizia, che altri grandi marchi, dopo Breguet, Omega sino a Jaeger (per noi del settore sempre “Jeje”!), non intendono rinnovare i contratti con la propria rete di concessionari, per aprire propri stores e rabbrividisco. Il monomarca fu sostenuto da un Grande del commercio dei segnatempo, Nicholas G.Hayek, che con propri punti vendita affiancò i commercianti operanti da anni, se non decenni. Decisione discutibile, ma faceva parte della strategia del Gruppo Swatch, nel voler creare il cerchio perfetto, dal produttore al rivenditore per arrivare al cliente finale. Ridurre la parte che una Casa produttrice deve “sacrificare”, affinché la merce sia posta bene in vista ed entri in contatto con la clientela, è la base dell’anima del commercio stesso. Si aggiunga a ciò il fatto che, anche se non dovessero essere venduti tutti gli orologi per coprire il costo di gestione dello store, nel bilancio questo rientrerà nelle attività “Marketing & Pubblicità” diventando un costo ammortizzabile. Ma cosa non è stato tenuto in considerazione dalle Case produttrici? Il fascino, che da sempre rende il Lusso un bene quasi inarrivabile! Ipotizziamo che vi rechiate in un negozio, forti di una cifra stanziata per un acquisto, avendo le idee chiare, il gioielliere o l’orologiaio esperto vi farà vedere anche altre marche, così potrete restare della vostra opinione o farvi tentare da altro. Questo secondo punto andrà a scomparire del tutto grazie alla nuova idea di “risparmio” di quanto versato al rivenditore.

Il negoziante appassionato ed esperto è un valore al quale non si può e non si deve rinunciare e su questa strada si stanno ponendo Marchi piccoli rispetto ai grandi Gruppi, ma ricchi di un valore aggiunto di tecnica e innovazione. Vendere un orologio è vendere un’emozione e questo vale tanto per i modelli più costosi quando per quelli abbordabili, se il cliente è un appassionato. Inoltre il negoziante è a stretto contatto con il pubblico e può trasmettere all’azienda desideri e sensazioni. Il monomarca è una tristezza assoluta. L’orologeria è bella perché è varia. Probabilmente per raggiungere target sempre a più zeri, alla lunga porterà solo alla vendita dei Marchi, intesi come aziende. Non è immaginabile, che il fatturato cresca sempre e ovunque del 20-30%.

Ora, i più critici diranno: sì, ma le boutique Rolex o “Patek”, non sono un controsenso? No, perché le boutique Rolex o i Salons di Patek Philippe sono numericamente calibrati su ogni mercato scelto, mentre altri optano per decine o centinaia nel mondo; è bene che ci siano delle Rolls-Royce, ma se tutte sono Rolls-Royce, allora il Lusso non è più tale.

Penso che quanto sopra non troverà seguito, ma di una cosa sono sicuro. Da qui a 10 anni (se non addirittura prima) si vedranno in vendita molti Marchi. Quello che una volta era un mestiere artigianale, diventando un’industria è stato confuso con una “vacca” da mungere, con relativi costi astronomici, non più pagabili, neanche riversandone una parte sull’acquirente, che tra l’altro con la crisi odierna di valori, preferisce “investire” il budget in beni volatili come viaggi, alcol e … chissà quanto altro!!

Quando 30 anni fa ho conosciuto questo mondo, vi aleggiava una sorta di aura particolare, che oggi ha della patina “ingiallita” a vantaggio di supermercati & Co o della caratura di una Banca.

Infine chi produce orologi di valore (e non mi riferisco a quelli con pietre preziose) non può credere che i blogger possano avere un’influenza tale, da far vendere capolavori con cifre a 4 numeri e più, andando a rilanciare un mercato che da anni “ansima”. Buona parte di costoro, celebra se stesso e molto raramente ha un back-grown culturale per valutare o conoscere la differenza tra un orologio bello e uno stupendo.

Non dimenticherò mai, nello Stand Corum a Baselworld 2014, la collega che riuscì ad innaffiare con succo d’arancia il mio completo grigio chiaro, quasi appena dopo le scuse chiese a Luca: “dimmi subito quanto costa”. Non ci crederete era un tourbillon volante. Se devi chiedere il prezzo, dicevano un tempo i veri ricchi, vuol dire che non te lo puoi permettere! Che tristezza… L.S.

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